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Peer to Peer (P2P) Tutto sul mondo di DC++, eMule, Torrent...

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Vecchio 15-07-10, 15:01   #1 (permalink)
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predefinito RIAA, numeri stonati

Il modello di business dell'organizzazione delle etichette discografiche statunitensi? I numeri parlano di un fallimento dalle dimensioni imbarazzanti. Nel mentre le major continuano a sottopagare gli artisti


Quello che emerge dai numeri recentemente pubblicati sull'attività legale di RIAA ha il sapore della beffa: in un arco temporale della durata di tre anni, l'organizzazione di rappresentanza delle etichette discografiche è stata lesta nel corrispondere parcelle legali ai suoi avvocati ma ne ha ricavato pochi spiccioli. La fortuna non sorride a RIAA, e altrettanto sfortunati sono gli artisti a cui viene corrisposta - dicono ancora i numeri - una frazione infinitesimale del "bottino" commerciale incassato dalle major.

Si parla naturalmente della famigerata campagna di contrasto giudiziario al file sharing, un'iniziativa in cui RIAA si è imbarcata per anni prima di abbandonare l'idea delle denunce di singoli condivisori e passare direttamente alla cassa dei provider Internet. Molti sono stati gli studi legali coinvolti dalle major nella campagna anti-P2P, e molto buoni si sono rivelati essere i guadagni corrispondenti.

Tra il 2006 e il 2008, RIAA ha speso qualcosa come 64 milioni di dollari per foraggiare l'anti-pirateria di massa che avrebbe dovuto bloccare la proliferazione incontrollata del file sharing e la perdita del controllo sui contenuti da parte dell'industria discografica. Quanto ha incassato RIAA in raffronto ai 64 milioni di spesa? Circa 1,3 milioni di dollari, vale a dire il 2% della cifra investita in avvocati e "operazioni investigative" sul genere di quelle condotte dalla defunta MediaSentry.


Non solo RIAA non ha sconfitto il file sharing come fenomeno di massa e la pirateria dei contenuti a esso connessa, dicono i numeri, ma avrebbe anche fallito clamorosamente l'azzardata scommessa di riuscire a recuperare introiti da quella gran massa di file musicali scambiati quotidianamente a miliardi sulle più popolari reti di condivisione (BitTorrent, eMule, DC, WinMX e via elencando).

Una rappresentazione "a torta" messa insieme da The Root serve poi da prezioso promemoria su come vanno realmente le cose nel mondo apparentemente dorato del business musicale internazionale. Le major incassano la stragrande maggioranza dei ricavi provenienti dalle vendite - su supporto fisico o digitali - mentre agli artisti e i professionisti (produttori, legali e manager assortiti) resta da spartirsi il 13%. Nessuna sorpresa che tali condizioni portino alla lunga al fallimento - sistematico e voluto - degli artisti che RIAA così veementemente dice di voler difendere con le sue azioni legali anti-P2P.


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Vecchio 30-07-10, 22:16   #2 (permalink)
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predefinito RIAA difende i propri insuccessi

L'organizzazione delle etichette discografiche USA attacca: un fallimento non è tale se lo si guarda dalla prospettiva giusta. L'obiettivo è soprattutto aumentare la consapevolezza tra i fan. Spaventandoli

Il mondo è bello perché è vario e le opinioni discordanti su uno stesso argomento abbondano. Neanche sui numeri ci si mette d'accordo sempre, soprattutto se tali numeri riguardano il presunto fallimento della strategia messa in atto da RIAA in questi anni nei confronti degli utenti del P2P. Ma quale fallimento, dice l'organizzazione, il nostro obiettivo è tutt'altro che incassare soldi denunciando a destra e a manca.

In 3 anni RIAA ha investito quasi 64 milioni di dollari in spese legali ricavandone appena il 2 per cento, dicono i numeri. Ma sono numeri "ingannevoli" dice il vicepresidente alle comunicazioni di RIAA Jonathan Lamy, cifre che non restituiscono la figura completa dell'attività dell'organizzazione né possono in alcun modo misurare le performance della suddetta attività.

Nella cifra diffusa online c'è prima di tutto molto di più delle sole cause intentate contro gli utenti del file sharing, perché le spese legali di RIAA comprendono anche gli invii di notifiche DMCA, le cause inerenti il copyright e altro. "Provare a ricavare una conclusione più ampia sull'efficacia dei nostri sforzi antipirateria basandosi solo su quella singola voce della nostra documentazione sulle tasse è semplicemente inaccurato e altamente ingannevole", dice Lamy.

E allora come andrebbe giudicato quel misero 2% di ricavi a fronte di una spesa enormemente superiore? "I nostri sforzi antipirateria sono prima di tutto pensati per promuovere il rispetto dei diritti degli autori", dice Lamy. "L'idea è di far aumentare la consapevolezza così che i fan possano acquistare la loro musica su piattaforme legittime - continua il vicepresidente RIAA - E da quel punto di vista crediamo che i nostri sforzi abbiano fatto una differenza sostanziale".

Nell'opinione di Lamy, casi clamorosi di richieste irragionevoli rispetto al danno denunciato (come gli stessi giudici investiti dei casi hanno rivelato) quali i processi Jammie Thomas e Joel Tenenbaum rappresenterebbero il segno tangibile del successo di RIAA. Rovinarne un paio per educarne mille, e poco importa che le multe milionarie vengano ampiamente sfoltite in appello.

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